riepilogo dell’incontro del 13 maggio
🔒Mars Room / Rachel Kushner
Mars Room: un romanzo che ferisce, illumina e convince. Il gruppo di lettura ha accolto Mars Room di Rachel Kushner con un entusiasmo sorprendente, soprattutto considerando la durezza dei temi affrontati. A conquistare i lettori è stata la scrittura limpida, empatica e mai giudicante dell’autrice, capace di dare voce a un’umanità relegata ai margini.
La scena iniziale: un colpo allo stomaco. L’apertura del romanzo è stata unanimemente definita potentissima: durante il trasferimento verso la nuova prigione, Romy osserva il mondo esterno dal cellulare della polizia, consapevole che quella sarà la sua ultima visione di libertà. Un’immagine che ha colpito profondamente il gruppo, diventando simbolo dell’intero libro.
Marginalità, assenza di protezione, destino sociale. Man mano che la narrazione procede, emergono i frammenti del passato di Romy: il lavoro al Mars Room, la droga, la prostituzione in adolescenza, l’assenza totale di figure adulte capaci di guidarla.
Il gruppo ha riconosciuto in questi elementi una critica feroce alla società statunitense, dove nascere nella “famiglia sbagliata” equivale spesso a essere condannati in partenza. Lo Stato non offre protezione, i quartieri poveri non offrono alternative, e i personaggi del romanzo – non solo Romy – appaiono come individui abbandonati, costretti a sopravvivere in un sistema che non prevede redenzione.
Il sistema giudiziario: un meccanismo che schiaccia i più fragili. La discussione si è soffermata anche sull’ingiustizia del sistema giudiziario americano. L’avvocato di Romy non menziona nemmeno che l’uomo ucciso fosse il suo persecutore, contribuendo così alla condanna a due ergastoli. Nessuno le comunica la perdita dei diritti genitoriali: suo figlio viene sottratto senza che lei lo sappia. In un contesto simile, il pentimento non trova spazio: le detenute sono troppo impegnate a restare vive.
Betty: il grottesco che diventa memorabile. Tra i personaggi, il gruppo ha trovato sorprendentemente divertente Betty, figura tragicomica che incarna una sorta di giustizia personale distorta: dopo aver fatto uccidere il marito per ottenere i soldi dell’assicurazione ingaggia un poliziotto corrotto per uccidere il sicario e successivamente un altro sicario per eliminare il poliziotto corrotto.
🚔I bastardi vanno all’inferno / Frédéric Dard
I bastardi vanno all’inferno: un noir che non è un noir
Ben diverso il giudizio su I bastardi vanno all’inferno di Frédéric Dard: il gruppo è stato quasi unanime nel definirlo deludente, riconoscendogli come unico pregio la scorrevolezza.
Una narrazione che resta in superficie. Il romanzo nasce come sceneggiatura, e questo si vede: la storia si regge quasi esclusivamente sull’azione, senza profondità psicologica né respiro narrativo. Il motore della trama – scoprire quale dei due galeotti sia il poliziotto infiltrato – funziona solo in parte. Alcuni lettori hanno apprezzato il rapporto burrascoso tra i due protagonisti, ma il finale è stato giudicato debole e insoddisfacente.
Personaggi-pedine e dialoghi inconsistenti. Il gruppo ha criticato soprattutto la mancanza di introspezione: in un romanzo che dovrebbe giocare sull’ambiguità, i personaggi non hanno sfumature, pensieri, identità. I dialoghi, ritenuti banali, non contribuiscono a costruire tensione o credibilità. Nessuno dei due protagonisti accenna mai alla banda criminale, cosa che rende poco plausibile l’intera premessa dell’indagine sotto copertura.
Il personaggio femminile: uno stereotipo che indebolisce la trama. L’ingresso della figura femminile dopo la fuga dei due uomini non ha convinto: da personaggio potenzialmente utile, viene presto ridotta al ruolo di tentatrice, un cliché che incrina l’amicizia tra i protagonisti senza aggiungere profondità alla storia.
Un “noir” che non è noir. Molti lettori sono rimasti spiazzati dal fatto che il libro venga definito “noir”: nel romanzo non è stato ravvisato quasi nulla del genere. Per consolarsi, il gruppo ha evocato veri maestri del noir contemporaneo – Niccolò Ammaniti, Enrico Brizzi, Joe R. Lansdale, Irvine Welsh – suggeriti come antidoto a questa lettura poco soddisfacente.
