“Cent’anni di solitudine”, pubblicato per la prima volta nel 1967, è una delle opere principali del premio Nobel Gabriel Garcia Marquez. Quest’opera è un esempio di “realismo magico” e rientra pertanto nel filone narrativo tipico dell’America Latina degli anni Sessanta e Settanta, caratterizzato da una perdita del confine tra soprannaturale e quotidiano. Il romanzo racconta la storia di sette generazioni della famiglia Buendia, attraverso cent’anni di storia (dal 1830 al 1930). Lo spazio geografico della narrazione è il villaggio caraibico di Macondo, la cui storia, dalla fondazione alla distruzione, è una metafora della storia colombiana di quel secolo. Si tratta di una storia ciclica di solitudini incrociate, descritta da Borges nel seguente modo: “Tutti gli uomini vivono lo stesso tempo e, anzi, sono la stessa persona”.
“Piovve per quattro anni, undici mesi e due giorni. Si disselciava il cielo con tempeste di strepito, e il nord mandava uragani che sguarnirono tetti e sfondarono pareti, e sradicarono le ultime campate delle piantagioni. La pioggia scombinava ogni cosa, e nelle macchine più aride spuntavano i fiori tra gli ingranaggi, e si ossidavano i fili dei broccati e nascevano filetti di zafferano sulla roba bagnata. Aureliano Secondo tornò nella sua casa convinto che tutti gli abitanti di Macondo stavano aspettando che spiovesse per morire. Li aveva visti, passando, seduti con le braccia incrociate, intenti a sentir trascorrere un tempo intero, un tempo non domato, perché era inutile dividerlo in mesi e in anni, e in giorni in ore, se non si poteva far altro che contemplare la pioggia“.
