Da un certo punto di vista, Cormac McCarthy non esce molto dall’isolato. Racconta di devastazione, crudeltà e umanità ridotta all’osso, tutti temi che aveva già affrontato nel suo Southern Gothic a tratti universale, a tratti anti-western. Ma, in The Road, introduce un elemento che rende i temi già citati inevitabili: un’apocalisse. E, grazie a questo espediente narrativo, riesce a creare un romanzo per lui sui generis. Con queste premesse non significa per forza che sia riuscito a cavarsela col massimo dei voti. Alcuni di noi, pur riconoscendone la bravura, hanno mal sopportato questa prosa a tratti monotona, ripetitiva e scarna. Altri, pur apprezzandone lo stile, hanno un po’ storto il naso per il finale, mistico, criptico e ambiguo. Detto ciò, anche a fronte di chi l’ha esaltato come uno dei libri più belli che abbia mai letto, lo consigliamo a coloro che invece non l’ha ancora fatto, con un monito: il libro è una perla appena uscita dal mare gelido. E’ sporca, volutamente lercia, scavata dalle acque e grezza come un sasso. Leggetelo, ma ad una sola condizione, che abbiate la mente sgombra e facciate i conti con la vostra coscienza di uomini. Perchè, quello che ci ribadisce McCarthy è che, in fin dei conti, siamo tutti carne quando non c’è più nulla per cui pregare.
