Riepilogo dell’incontro del 18/12/2024
Il romanzo autobiografico di Michela Marzano ha suscitato una delle discussioni più critiche e compatte del nostro gruppo di lettura. Come è stato evidenziato dal gruppo, l’opera si articola su tre filoni principali: la ricostruzione della storia familiare dell’autrice (dai bisnonni al nonno, figura centrale e controversa), il racconto degli eventi storico-politici italiani, e la narrazione personale legata alle patologie di cui Marzano ha sofferto, tra cui l’anoressia.
Una struttura frammentata e un tono ansiogeno La mescolanza di generi e il modo in cui sono stati sviluppati non ha convinto il gruppo. La scrittura in prima persona, caratterizzata da frasi brevi e interrotte, spesso scandite da ripetizioni come “io-io”, ha reso la lettura faticosa e, per molti, frustrante. In particolare, i filoni familiari e personali sono stati percepiti come ansiogeni e hanno reso la protagonista poco empatica. La parte storica, invece, è stata considerata la più interessante, seppur non sufficiente a riscattare l’intero romanzo.
Colpa ereditaria e ossessione genealogica Una delle critiche più forti ha riguardato l’insistenza dell’autrice sul senso di colpa per essere imparentata con un fascista. In alcuni passaggi, sembra quasi che Marzano percepisca l’adesione del nonno al fascismo come una colpa genetica, una sorta di “gene recessivo fascista” da cui deve purificarsi. Il gruppo ha trovato questa visione eccessiva e poco fondata: se dovessimo scavare nei nostri alberi genealogici, troveremmo sicuramente figure discutibili, ma ciò non definisce chi siamo oggi. Come è stato ironicamente osservato, nessuno si sente in dovere di scusarsi se i nostri antenati Homo sapiens hanno tirato una clava in testa al cugino Homo neanderthalensis.
Un tentativo di sintesi mal riuscito? Alcuni membri hanno avuto l’impressione che l’autrice cercasse di fondere in un’unica opera tre modelli letterari già affermati:
- M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati per il filone storico-politico
- Niente di vero di Veronica Raimo per la narrazione personale
- La più amata di Teresa Ciabatti per il racconto familiare
Il risultato, però, è apparso come un tentativo mal riuscito di emulazione, privo della forza e della coerenza narrativa delle opere citate.
Un finale che lascia interrogativi Il finale del romanzo ha lasciato il gruppo perplesso. Perché l’autrice assolve il nonno? È sufficiente la sua rinuncia alla carica — pur rimanendo benestante — per considerarlo “punito”? La guarigione dell’autrice dai suoi traumi familiari è davvero legata al perdono del nonno, o ci sono altre motivazioni più profonde? La discussione non ha portato a una risposta condivisa, lasciando aperto un interrogativo che ha accompagnato la chiusura dell’incontro
